Introduzione a “Così vicine così lontane” Una ricerca sui bisogni e i consumi culturali delle cittadine straniere”

26 Ottobre 2012   /   byRedazione  / Categories :  Articoli ed interventi

Introduzione a “Così vicine così lontane” Una ricerca sui bisogni e i consumi culturali delle cittadine straniere”
il volume della ricerca può essere scaricato cliccando su questo link

Nomi, non solo numeri
Cecilia D’Elia, Assessore alle politiche culturali della Provincia di Roma

La Provincia di Roma è uno dei territori italiani maggiormente interessato dall’immigrazione, soprattutto femminile. Nella quasi totalità le donne arrivano in cerca d’occupazione e incontrano lavori che si traducono quasi sempre, inesorabilmente, in lavoro di cura. Accudiscono bambini,
puliscono case, offrono assistenza a persone non autosufficienti o molto anziane. Sono indispensabili sia al nostro benessere individuale e familiare che al welfare collettivo. Buona parte della nostra stessa autonomia di moderne cittadine italiane è possibile grazie al loro lavoro.

Questa presenza, indispensabile per i nostri bilanci pubblici e privati è puntualmente rilevata
da tanti studi sociologici ed economici. Queste donne però non emergono mai come soggetti, cittadine a loro volta, fruitrici di cultura e di servizi culturali. La scommessa delle nostre politiche culturali è stata quella di cambiare questo sguardo oggettivante e di dare a loro la parola. Sappiamo quanto “pesano” nel pil ma non cosa leggono, sappiamo da dove vengono ma non dove vanno quando hanno finito i loro, spesso pesantissimi, turni di lavoro.

Tate, colf, badanti sono parole oramai di uso comune. Meno comuni sono i nomi, i corpi, le storie a cui questi nomi sono legati. Con la ricerca Così vicine, così lontane abbiamo innanzitutto voluto nominare Nasima, Mitra, Tatiana… Non è poco in un Paese come il nostro sempre pronto alla rimozione del corpo delle donne, per non parlare della loro forza lavoro.

E non sono pochi i nomi che abbiamo riunito in questa ricerca, se si considera la difficoltà per le donne immigrate di spendere un po’ del loro raro tempo libero per rispondere alle nostre domande e svelare nostalgie, ricordare separazioni, raccontare percorsi di vita spesso dolorosi, dunque aprire per noi l’intimo scrigno delle emozioni. La ricerca voleva giocare una chance che sapevamo accattivante per loro: dare valore ai loro desideri e ai loro bisogni, farle sentire al centro di un processo culturale e parte di una comunità.

Una ricerca d’insieme
Al di là del suo valore scientifico e dei preziosi dati raccolti questa ricerca è stata innanzitutto una grande avventura umana. Il metodo scelto ha privilegiato non la vastità ma la profondità e le interviste si sono sempre tradotte in piccoli romanzi di vita. Per un anno le donne delle associazioni Lipa e No.Di, donne che vengono anch’esse da esperienze di migrazione, hanno rintracciato donne straniere di differenti generazioni. Hanno dato e avuto come punti di riferimento le otto “Biblioteche del Mondo”, la rete di biblioteche con specifici e mirati servizi interculturali dislocate in altrettanti Comuni del territorio provinciale. Il personale bibliotecario, quasi sempre femminile, si è anch’esso adoperato per rintracciare e accogliere le intervistate.

Nel frattempo le biblioteche della provincia hanno ospitato una mostra bibliografica, forse la prima nel suo genere, sul lavoro di cura retribuito svolto oggi e ieri dalle donne italiane e straniere. In questo modo nelle biblioteche queste soggettività sono diventate il centro di una riflessione e di una elaborazione culturale. Il tutto veniva seguito dalle bibliotecarie che lavorano nel Sistema Bibliotecario Provinciale. La ricerca si è sviluppata quindi come un lavoro d’insieme: una rete di donne si è mossa e ha dato valore alla narrazione di altre donne, intrecciato relazioni, legami, coincidenze e differenze.

A motivare la ricerca sono stati due obiettivi principali: in primo luogo dare segno di come le politiche culturali per orientarsi abbiano bisogno di registrare e capire i grandi cambiamenti del presente; secondo, rafforzare l’idea che i bisogni culturali siano bisogni primari, imprescindibili, che
legano le persone al senso più profondo della propria esistenza e dei propri affetti. Tutto questo proprio in un periodo di crisi economica in cui la cultura è declassata a bisogno secondario.

Nella ricerca abbiamo incluso anche colf maschi, questo per indebolire uno stereotipo ormai cementato nell’immaginario collettivo che vuole il lavoro di cura appannaggio esclusivo delle donne. Inoltre abbiamo incluso le interviste di alcune donne ex colf, che ora svolgono altri lavori, per dare cenno anche di un futuro in continuo movimento sociale e umano che le riguarda e di cui sono protagoniste.

Cittadinanza e appartenenza
La ricerca ci consegna uno spaccato per certi versi inedito e pieno di domande e stimoli per tutti.

Innanzitutto le donne migranti in media leggono molto, spesso più di quanto le statistiche ci dicono leggano gli italiani.

In particolare le donne che provengono dai Paesi dell’Europa orientale hanno un titolo di studio alto e spesso svolgono lavori scandalosamente al di sotto della loro professionalità, sono più inclini e abituate di noi all’uso delle biblioteche pubbliche ma tutte, da qualsiasi Paese provengano, hanno poco tempo per utilizzarle, hanno in generale poco tempo per sé. La maggior parte delle donne intervistate risulta coniugata e con figli in prevalenza maggiorenni. Sono appassionate di romanzi e poesie. Prediligono leggere in lingua italiana, soprattutto le più giovani, decisamente è la lingua che preferiscono le loro figlie. Tutte dimostrano e raccontano un rapporto complesso, ma anche intrigante, tra innovazione e tradizione. Usano le nuove tecnologie, comunicano attraverso Skype e Facebook, frequentano call center ma, per esempio, ascoltano musiche tradizionali.

Tra le tante cose emerse vorrei soffermarmi sul valore di un piccolo, ma simbolico gesto, rintracciabile in molte interviste di donne che accudiscono bambini: raccontano loro favole del proprio Paese d’origine. Capita di frequente a tutti noi adulti di attingere alle nostre memorie infantili per comunicare con i bambini. In un mondo attraversato dai fenomeni migratori questo scambio è il seme della crescita interculturale. A dispetto di tante politiche sull’immigrazione che hanno eretto muri e minato diritti, lo scambio tra le persone si dimostra più forte, è una forza di rinnovamento sociale e civile. La trama che attraversa tutta questa ricerca è in effetti l’osmosi culturale che pervade la nostra società contemporanea. Le donne straniere intervistate, nel definire i loro bisogni e i desideri culturali, si rivolgono alla loro lingua e alla loro letteratura d’origine per confermare un’identità e una radice, ma si rivolgono anche alla cultura e ai servizi del Paese che li ospita per un giusto e ineludibile bisogno di elaborazione del cambiamento, di condivisione della realtà in cui vivono. Bisogno che è anche una richiesta di inclusione e di cittadinanza.

Mi auguro che questa ricerca incontri l’interesse di chi studia e lavora negli ambiti dell’immigrazione e dell’intercultura ma spero venga letta da molte e molti come un mosaico di storie, di parole e di sguardi che allargano, e dunque trasformano, l’orizzonte culturale e umano in cui siamo immersi.

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