La condanna rispettosa.

23 Giugno 2014   /   byRedazione  / Categories :  Articoli ed interventi, copertina, Le Copertine, Rassegna Stampa

Pubblicato su il manifesto 21/06/2014 La dignità umana appartiene a tutti, nessuno escluso. A chi sta nelle regole e a chi le viola. Questo nucleo essenziale, che fa di ogni uomo e donna un essere umano e lo rende un soggetto titolare di diritti è il cuore della riflessione di Patrizio Gonnella (Carceri. I confini della dignità, Jaca Book, 2014, pp. 136). L’autore, conosciuto ai lettori de il manifesto, è presidente dell’associazione Antigone, collabora con la cattedra di filosofia del del diritto di Roma Tre, ha avuto incarichi di direzione di istituti penitenziari. Anche questo saggio, come la biografia di chi lo scrive, si muove tra riflessione sui diritti, funzione della pena, dettato costituzionale e suo concreto riconoscimento, tra norma e pratiche penitenziarie, tra diritti proclamati e diritti riconosciuti.

A cominciare dall’analisi di come sia mutata quella grande conquista della modernità che è la pena come reclusione, porzione di spazio e tempo definita che avrebbe dovuto far giustizia di tutte le pratiche di degradazione del corpo, dei supplizi e delle segregazioni fino ad allora conosciute. Da questo processo prende corpo il carcere come pena e, nelle società democratiche, la dignità umana come limite insuperabile della pena carceraria.

In Italia questo si processo ha trovato riconoscimento nel terzo comma dell’articolo 27 della Costituzione: le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. I due obiettivi costituzionali, rispetto della dignità e funzione rieducativa, hanno conosciuto destini diversi. Mentre il secondo è stato oggetto dell’interesse degli studiosi e delle ipotesi di riforme, è rimasto sullo sfondo il primo, il richiamo al rispetto della dignità umana. Ma la rieducazione senza riconoscimento della dignità può facilmente scivolare nel paternalismo autoritario del correzionalismo.

Oggi l’esplosione del sovraffollamento penitenziario, frutto delle pulsioni securitarie di società segnate dagli esiti del trentennio neoliberista e dalla crisi del welfare, rende urgente colmare questa lacuna. Il saggio di Gonnella nasce esattamente attorno a questa urgenza. Ripercorre velocemente la storia sociale del carcere italiano dall’unità ai nostri giorni per arrivare alla durezza della realtà di oggi e all’impossibilità di ogni rieducazione in un carcere in cui mancano essenziali spazi vitali. Muovendosi sempre tra concretezza delle condizioni carcerarie e riflessione teorico-giuridica sulla compatibilità del sistema penitenziario con il sistema del diritto viene così mostrata la debolezza di un riformismo che non abbia a suo fondamento la tutela della dignità umana.

Trattamento, responsabilità, spazio e tempo della pena vanno subordinati all’assolutezza della dignità umana, abbandonando ogni tentazione paternalistica e prendendo sul serio la responsabilità e la responsabilizzazione del detenuto.

La popolazione carceraria italiana mostra, rispetto agli altri paesi europei, una maggiore presenza di stranieri, di persone detenute per aver violato la legge sulle droghe e di detenuti in attesa di giudizio. Incapace di autoriformarsi il sistema carcerario italiano può essere aiutato a fare ciò dalle condanne della Corte europea dei diritti umani, motivate dalla mancanza nelle nostre galere di spazi sufficienti a ospitare degnamente la popolazione detenuta. Di straordinaria importanza sono le sentenze Sulejmanovic (2009) e Torregiani (2013), l’ultima delle quali ha imposto al nostro paese provvedimenti per decongestionare un sistema penitenziario che, a causa del sovraffollamento, infligge trattamenti penali inumani o degradanti. In un paese che ha mostrato di non saper cambiare le proprie politiche carcerarie, dove a poco è servito il richiamo alla funzione rieducativa della pena da parte dei giudici costituzionali, Gonnella confida molto sullo spazio che lo sguardo esterno dell’Europa apre. Si delinea un’occasione più forte di cambiamento, che però deve fare i conti con le pulsioni profonde della società italiana, pervasa da un principio di discriminazione – tra cittadini e stranieri, tra vittime e autori di reati, tra chi ha e chi non ha – opposto a quello della dignità umana.

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