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La fuga, quaranta anni fa

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Pubblicato su femministerie

Un testo teatrale degli anni settanta del secolo scorso, scritto da un’intellettuale femminista, la scrittrice e giornalista Muzi Epifani nel 1976 e oggi riproposto dalla casa editrice la mongolfiera con un’introduzione di Cristina Comencini. La fuga, questo il titolo, fotografa un momento storico ed esistenziale straordinariamente rilevante, un tempo di mutamento della coscienza delle donne e di cambiamento della politica e della società italiana.
Per il suo essere profondamente immerso in quel clima e in quel travaglio della soggettività femminile il testo è anche un documento storico importante. La sua ripubblicazione è un’occasione per avvicinarci oggi alla produzione letteraria di un’autrice originale, scomparsa nel 1984, a soli 49 anni. Tutto ruota attorno all’assenza, la fuga appunto, di Ludovica, che crea scompiglio e smarrimento nella redazione de “L’esecutivo”, giornale politico legato al Partito Comunista e soprattutto in Alberto, il suo compagno, dirigente del partito. Sullo sfondo della vicenda c’è il dibattito per l’approvazione di una legge che legalizzi l’aborto. Come precisa Cristina Comencini si tratta di un testo teatrale politico. Quello che va in scena è la soggettività femminile, corpi e parole di donne che stanno cambiando la propria vita.
Va ricordato che il 26 febbraio del 1976 (l’opera è scritta tra febbraio e marzo di quell’anno) inizia alla Camera il dibattito sull’aborto legale. Per il PCI il problema è la mediazione con i cattolici. Si vuole evitare il referendum proposto dai radicali per l’abrogazione delle norme che vietano l’interruzione di gravidanza. Nell’aprile del 1976, quando passa un emendamento di Flaminio Piccoli (DC) che ripropone come legale solo l’aborto terapeutico, ci sarà una grande manifestazione femminista a cui, con un proprio spezzone, partecipa per la prima volta anche l’Unione donne italiane, e con lei le donne dei partiti laici della sinistra, per la prima volta ufficialmente in un corteo separatista. Ma il Pci resiste, è ancora ostinatamente contrario al fatto che la decisione finale sia della donna, e non del medico.
Muzi Epifani lo dichiara nelle note iniziali: “questa commedia è critica nei confronti del conformismo e dell’arretratezza della sinistra perché potrebbero essere lo stagno e la palude che inghiottono le sole speranze”.
A luglio scoppierà la nube tossica alla fabbrica Icmesa di Seveso. La richiesta di molte donne di abortire per paura dell’intossicazione e l’ intolleranza dei gruppi cattolici più oltranzisti convinceranno finalmente il Partito comunista a riconoscere che la decisione spetti alla donna.
La fuga, si muove dentro questa distanza e incomprensione tra l’elaborazione delle donne sulla sessualità, la maternità e l’aborto e la posizione dei comunisti, che è anche l’ipocrita posizione pubblica di amici, compagni, colleghi. Spia di una più profonda incomprensione maschile e della politica del mutamento femminile. In questa redazione-collettivo, in cui si sperimentano coppie aperte, colpisce la lettrice di oggi l’inadeguatezza maschile, il vero e proprio smarrimento di fronte alla crisi delle loro relazioni d’amore. Alfieri della ricerca di relazioni più autentiche, oltre la coppia e la famiglia borghese, ma in realtà incapaci di fare i conti con la crisi del patriarcato.
Ma lo smarrimento non riguarda solo loro. La fuga di Ludovica parla anche del suo dolore, la vertigine della libertà che mette in discussione tutto e ti lascia senza modelli. Gioia ma anche solitudine delle pioniere.
E torna, irrisolto, il nodo del rapporto con la maternità. Ludovica ha dei figli, nati in una relazione precedente quella con Alberto. Le voci di questi figli irrompono sulla scena, registrate da Ludovica su consiglio dell’amica Renata, che le fa sentire agli altri, e quindi al pubblico. Voci del mattino, che salutano la madre e poi le note della serenata per archi di Dvorak e una frase di Ludovica: “Com’è bella questa serenata, fa sognare un mondo sereno”.
A riprova del fatto che la vicenda dell’aborto, ben oltre la questione della legge, è stata materia viva di riflessione delle donne, sulla propria identità, l’autonomia, la sessualità e la maternità. E’ significativo che in un testo del 1976, nel pieno di quel passaggio che libera le donne dalla maternità come destino, si apra la porta al desiderio, alla maternità scelta, all’importanza di quella relazione d’amore e di cura con i figli.

(Muzi Epifani, La fuga, editrice la mongolfiera, 2015, pp. 103, 10 euro)

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