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Assistenti all’autonomia e alla comunicazione, occasione mancata. Senza risorse certe si scarica tutto sui Comuni

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Il testo approvato riconosce formalmente la figura degli assistenti all’autonomia e alla comunicazione, ma non affronta il nodo centrale: la responsabilità pubblica e il finanziamento stabile di un servizio essenziale per il diritto allo studio degli alunni con disabilità.
Siamo partiti da una criticità reale e condivisa: una figura ormai strutturale nel sistema scolastico, oltre 68mila operatori, spesso con condizioni di lavoro precarie e senza tutele nei periodi di sospensione delle attività didattiche. Il Pd ha partecipato senza pregiudizi ideologici a questo percorso, presentando anche proposte per definire meglio funzioni, ruolo e riconoscimento professionale. Tuttavia, nel testo finale tutto questo non c’è.
La scelta di continuare ad affidare interamente il servizio agli enti locali, senza risorse dedicate e strutturali, è il vero limite del provvedimento. Si dice che i Comuni possono assumere, possono bandire procedure pubbliche, ma con quali fondi? Nel frattempo gli enti locali vengono tagliati e il fondo specifico istituito nella scorsa legislatura è stato assorbito nel fondo unico per la disabilità, perdendo la sua destinazione.
I Comuni spendono complessivamente circa 800 milioni di euro l’anno per questo servizio, con un peso enorme sui bilanci locali. Per fare solo un esempio a Roma, il comune spende 94 milioni di euro, di cui solo 4 provenienti da trasferimenti statali. Gli altri 90 sono del bilancio comunale.
Senza un’assunzione di responsabilità nazionale e senza investimenti certi sul diritto allo studio, questa legge rischia di creare aspettative che poi vengono deluse. Per questo, pur riconoscendo l’importanza di riconoscere questa figura, il Partito Democratico non può votare a favore e sceglie l’astensione.

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