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2 giugno 1946: la radice della nostra libertà

Copia di SITO_2 giugno

Il 2 giugno del 1946 le donne italiane votarono per scegliere tra monarchia e repubblica e per eleggere, dopo il disastro della guerra e del fascismo, l’assemblea che avrebbe dato all’Italia la nuova Costituzione.

Un giorno memorabile per tanti motivi, come ha detto Pietro Calamandrei: “mai nella storia è avvenuto, né mai ancora avverrà che una repubblica sia stata proclamata per libera scelta di un popolo mentre era ancora sul trono il re”.

Potenza della democrazia, di questo gesto che ognuno di noi può compiere andando a votare.

Per noi donne era il primo voto, alcune si erano già recate alle urne per le amministrative, ma per decidere dell’Italia intera era la prima volta.

Andarono in massa.

Eppure, secondo Miriam Mafai il movimento delle donne del dopoguerra nacque per certi versi orfano. Venti anni di fascismo e le riserve di gran parte del movimento operaio verso quello per il suffragio femminile avevano cancellato la memoria delle “suffragette”.

Orfane, ma continua Mafai “La nostra presenza, imprevista e coraggiosa nella richiesta di nuovi diritti, inciderà profondamente sui vecchi assetti consolidati e sui tradizionali pregiudizi della nostra società”

Dunque, se si dovesse ricercare una radice della storia della libertà femminile nell’Italia repubblicana, senza nascondere i salti e le discontinuità di cui ogni storia è fatta, sicuramente dovremmo rivolgerci alle ragazze che nel 1943, pur avendo ereditato un ruolo codificato da secoli ed essendo cresciute in un regime che aveva escluso le donne dalla sfera pubblica, scelsero l’impegno e la Resistenza.

Una scelta che cambiava la vita metteva in gioco libertà e speranze. Senza quelle ragazze e le tante donne che silenziosamente aiutarono la lotta di liberazione anche il riconoscimento del diritto di voto sarebbe stato più difficile.

Il decreto-legge che estendeva il voto alle donne (1° febbraio 1945) significativamente dimenticò l’elettorato passivo, che fu concesso in un secondo decreto del marzo 1946, a ridosso delle amministrative.

Ventuno donne furono elette nella Costituente, duemila nei consigli comunali.

Eccole le Madri della Repubblica, tutte, quelle che emozionate si erano recate al seggio, quelle che si diedero appuntamento a piazza Montecitorio per salutare le loro elette e quelle che varcarono la soglia dei palazzi istituzionali. Quelle che parteciparono alla Costituente e quelle che avevano guidato la bicicletta sulle strade dell’insurrezione antifascista. Un popolo femminile.

Sappiamo che per riconoscere il loro contributo c’è voluto un lavoro di scavo, l’indagine storica di altre donne, abbiamo dovuto aspettare uno sguardo nuovo, alla ricerca della propria genealogia.

Così quando ricostruimmo la storia del voto e del suffragio universale scoprimmo il nome di Anna Maria Mozzoni, di Anna Kuliscioff, di Linda Malnati, di Maria Montessori, per citarne solo alcune. O quello del socialista Salvatore Morelli e del repubblicano Mirabelli, che invano avevano chiesto nei parlamenti liberali il suffragio universale e la parità tra uomo e donna.

Una ricostruzione così ricordata dalla storica Anna Rossi Doria: “Le antenate sono certo esistite, ma spetta a noi cercarle e costituire il loro patrimonio; il testamento dobbiamo scriverlo noi, per ricevere un’eredità che allo stesso tempo dobbiamo noi dare a loro. Il paradosso è arduo da pensare e difficile da vivere”.

Sorge così il bisogno di esprimere gratitudine nei confronti di quelle donne resistenti. È un bisogno politico, allude al riconoscimento di una storia che è parte fondante della storia del Paese.

Ancora oggi navigando in rete si possono trovare documenti, ormai datati, che parlano del relativo contributo dato dalle donne alla Resistenza. Circa 35000 furono insignite del titolo di partigiane combattenti, oltre 4500 vennero arrestate e condannate, più di 600 fucilate o cadute in combattimento, 19 le Medaglie d’Oro al valor militare. Se è evidente il valore dello sciopero delle fabbriche torinesi nell’Italia settentrionale occupata, si ricorda meno l’otto marzo del 1943, quando sempre a Torino, a piazza Castello centinaia di donne manifestarono contro la guerra. Nel novembre a Milano nascono i Gruppi di difesa della donna.

Eccola la radice della nostra libertà.

La Costituzione italiana non sarebbe quella che è senza la traccia di questa alba della cittadinanza femminile. Basti pensare all’articolo 3 sull’uguaglianza, fu Lina Merlin a pretendere che comparisse la parola “sesso”, fu Teresa Mattei a voler inserire quel “di fatto” che rende più concreti gli ostacoli da rimuovere, oppure all’articolo 29 dove grazie alle donne, a Nilde Iotti in particolare, viene riconosciuta l’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, all’articolo 37 sulla parità nel lavoro, grazia a Maria Federici.

Questo per citare solo alcuni articoli. Certo bisognerà aspettare le leggi che invereranno Costituzione, ma le 21 donne costituenti rappresentano il cambiamento avvenuto e ci hanno consegnato una Carta che contiene il loro e il nostro futuro. Una Carta che ancora oggi è un programma da attuare, che ha un grande consenso popolare.

Onoriamo queste madri della Repubblica anche per attraversare e rispondere alla crisi della democrazia e della rappresentanza che stiamo vivendo, per non tradire quel sogno di libertà, che faceva dire ad Anna Banti “quanto al 46 quel che d’importante per me ci ho visto e ho sentito, dove mai ravvisarlo se non in quel 2 giugno che, nella cabina di votazione avevo il cuore in gola e avevo paura di sbagliarmi fra il segno della repubblica e quello della monarchia? Forse solo le donne possono capirmi e gli analfabeti. Era un giorno bellissimo…Quando i presentimenti neri mi opprimono penso a quel giorno, e spero”.

Quelle donne ci hanno consegnato una politica nobile, che a che fare con lo sviluppo della persona umana. Dove e quando la politica fallisce e ci delude, abbiamo il dovere di rinnovarla e cambiarla, per la nostra democrazia, per essere all’altezza della speranza di quelle ragazze del 43, della grandezza che abbiamo ereditato.

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