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Ius soli, perché ho digiunato

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Pubblicato su femministerie

“Non è mai troppo tardi” così inizia l’appello che chiama allo sciopero della fame a staffetta per sostenere l’approvazione dello ius soli. Uno sciopero che segue quello di 900 insegnanti. “Qualcosa si deve fare per non doverci rammaricare amaramente della nostra impotenza o ignavia. Questi sono giorni decisivi per la sorte dello Ius soli: dunque, proviamo a muoverci”

E io ho deciso di muovermi. Si è appena conclusa la mia prima giornata di astinenza dal mangiare. Mi sembra un atto dovuto. Non solo alle ragazze e ai ragazzi nati o cresciuti nel nostro paese a cui amaramente neghiamo di sentirsi veramente a casa nei luoghi dei loro giochi, dei loro studi, delle loro amicizie. Sono le strade in cui diventano grandi, il suolo che già condividiamo con loro, lo spazio della nostra comunità.

Ma questo atto non è solo per loro, ma per noi tutti, per la nostra idea di cittadinanza, di spazio pubblico condiviso, di legame sociale. E’ questo il salto di qualità che ci viene chiesto, abbandonando lo ius sanguinis. E su questa idea dell’essere italiani, che non è solo geneaologia di sangue, ma condivisione di spazio, che la resistenza si fa dura. Perchè mette in discussione anni di privatizzazione dell’esistenze e di chiusure identitarie, ma anche geneologie patriarcali. Sarà un caso che siamo il Paese in cui non si riesce a dare ai figli anche il cognome materno? Del resto i fratelli di padre sono detti consanguinei, quelli della stessa madre uterini. Non a caso la richiesta è spesso nelle piattaforme della manifestazioni delle donne per un paese più giusto, rispettoso di uomini e donne

Lo ius soli cambierebbe la cittadinanza di tutti, in meglio.

Anche per questo digiuno

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