Le pietre e il popolo. Ragionando intorno al libro di Tomaso Montanari.

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Con le Pietre e il popolo (Minimum fax, 2013) Tomaso Montanari ci consegna un libro a suo modo inquientante, un viaggio nel disastro del patrimonio storico e artistico italiano che attraversa Firenze, Milano, Venezia, si sofferma sulla ferita de L’Aquila, fa una piccola puntata a Roma e di nuovo torna a Firenze e al suo incredibile sindaco alla ricerca dell’affresco di Leonardo da Vinci nella sala del Consiglio Grande di Palazzo Vecchio.

 

Quello che ci viene raccontato è un panorama fatto non solo di tagli, di incuria e qualche volta di veri e propri crimini commessi contro il nostro patrimonio, come i ripetuti furti alla Biblioteca Nazionale dei Girolamini a Napoli, scandalo che proprio Tomaso Montanari denunciò per primo. Emerge in questo racconto qualcosa di più terribile, un disastro civile e politico, una metamorfosi che non riguarda “semplicemente” – ammesso che sia possibile dire semplicemente – la tutela del patrimonio artistico, ma qualcosa di più profondo, che attiene al cuore della cittadinanza.

 

In questa lettura è il valore straordinario del libro di Montanari, la cui cronaca indignata è continuamente arricchita dalla riflessione teorica e dalla passione civile che anima il modo in cui l’autore interpreta la sua professione di storico dell’arte.

 

Le pietre e il popolo è una denuncia democratica perchè la crisi della tutela dei monumenti va di pari passo allo smarrimento del loro valore civico e all’impoverimento dello spazio pubblico delle città.

 

Siamo al tramonto della città pubblica, come denuncia un bellissimo libro di Francesco Erbani su Roma. Il mercato si è mangiato la città pubblica snaturando il senso del patrimonio culturale, che deve, soprattutto in regime di austerità e di patto di stabilità, servire a “fare cassa” per gli enti locali in difficoltà.

 

Ma questa è storia recente, mentre l’idea che il valore del patrimonio sia nella sua possibilità di rendere economicamente ha origini lontane, esattamente negli anni ottanta del secolo scorso, il decennio che segnò l’inizio della rivoluzione conservatrice. Quello che è successo da allora viene ricostruito e denunciato come un grande processo di privatizzazione a cui hanno contribuito governi e enti locali di ogni schieramento. Un processo figlio della cultura di un trentennio di ideologia liberista che oggi mostra il suo fallimento ma le cui ricette politche sono dure a morire, in Italia e in Europa.

 

Nell’ambito delle politiche culturali questo ha significato: musealizzazione, che secondo Montanari è sempre una sconfitta, separando lo spazio della vita da quello dell’arte; il maggior valore dato ai singoli pezzi rispetto al tessuto urbano; l’assenza di manutenzione; il prevalere della logica delle grandi mostre e della ricerca dell’emozione, contrapposta alla conoscenza.

 

Quello che viene fuori da alcuni racconti del libro, come l’episodio della chiusura al pubblico degli Uffizi per consentire a Madonna di visitarli in solitudine, è un paese sostanzialmente pacchiano.

 

Ma ci sono anticorpi in questa Italia. Montanari non ci lascia soli nella nostra disperazione, riprende il discorso sulla Costituzione che Piero Calamandrei tenne a Milano il 26 gennaio del 1955: “una parte della nostra costituzione è una polemica contro il presente”.

 

Torniamo alla nostra bella Costituzione, a quello straordinario art. 9, meraviglioso regalo dei costituenti Concetto Marchesi e Aldo Moro, che dice, tra le prime al mondo:

 

“La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e al ricerca scientifica e tecnica.

 

Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico.”

 

Non a caso nello stesso articolo, perchè la tutela del patrimonio e lo sviluppo cultura vanno insieme. Senza scuola e università e ricerca, senza produzione culturale, non c’è sguardo che veda il patrimonio e, nello stesso tempo, il patrimonio è scuola, è educazione all’uguaglianza. Questo articolo, con il quale il patriomonio cambia funzione e diventa nostro, produttore di cittadinanza, eguaglianza e integrazione mostra anche il fallimento delle classi dirigenti di questo paese. Per quanto sembri lontano, in questo baratro credo ci sia anche la difficolta politica e culturale ad affermare in Italia lo ius soli. L’erosione dello spazio pubblico rende più difficile l’affermarsi di un’idea di cittadinanza fondata sulla condivisione di uno spazio, di un progetto comune. Nella solitudine della città mangiata dal mercato si rafforza la risposta identitaria del legame di sangue.

 

Del resto queste sono le stesse città delle ordinanze dei sindaci contro i mendicanti, contro gli schiamazzi dei ragazzi, le città dei vigilantes che cacciano le persone sedute sulle scalinate delle cattedrali, come succede a Firenze.

 

Non c’è più popolo, solo turisti.

 

Dipende da noi cambiare questo modello di città e tornare ad essere cittadini e sovrani. Riprenderci le pietre, che ci fanno popolo.

 

 

Cecilia D’Elia

 

 

 

 

 

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