Idee e numeri per non perdere le elezioni del 2013

30 Marzo 2012   /   byRedazione  / Categories :  Articoli ed interventi, copertina

Comunque vada, con questo o con un altro sistema elettorale, si voterà entro la primavera del 2013. Ci sono più o meno 365 giorni per decidere su coalizioni e programmi e per convincere le cittadine e i cittadini a fidarsi del centrosinistra. Già, ma quale centrosinistra?

La prima domanda a cui bisogna rispondere è proprio questa. E’ una domanda politica, riguarda la capacità di traghettare l’Italia fuori dal berlusconismo e dal trentennio che abbiamo attraversato. La coalizione che include il PD, SEL, l’IDV e spesso anche la Federazione della Sinistra e i Verdi ha già conquistato la scorsa primavera importanti città al centrodestra, basta solo citare Milano e Cagliari. Il sondaggio di Demos pubblicato lunedì da Repubblica ci dice che la stessa coalizione potrebbe vincere le prossime elezioni con un margine di 6 punti sul centrodestra mentre, se il PD abbandonasse il resto del centrosinistra, vincerebbe il centrodestra con 5,6 punti di scarto. La potenziale coalizione tra i partiti alla sinistra del Pd raccoglierebbe circa un quarto dei voti. Sarebbe un risultato, il ritorno del centrodestra al potere dopo la caduta di Berlusconi, molto difficile da spiegare all’estero e in patria. La media dei sondaggi degli ultimi 15 giorni dà una maggioranza abbastanza solida anche al Senato al centrosinistra nel caso il PD si allei con i partiti con cui ha vinto a Milano e Cagliari.

E poi c’è un altro problema rilevante. I dati dei sondaggi attuali, infatti, sono “al netto” dell’astensionismo. Cioè quelle sono le percentuali tra chi dichiara di voler andare a votare. Il Cise, centro studi realizzato in collaborazione tra Luiss ed Università di Firenze, ha stimato in dicembre che tutti i partiti perdono verso l’astensione circa un quarto dei loro consensi del 2008. Le uniche due eccezioni sono il PD ed il PDL: il primo perde meno degli altri (solo il 16%) mentre il partito di Berlusconi cede quasi il 40% verso il non voto. Questo ci dice due cose: che il “serbatoio” del centrodestra è ora nella fascia dell’astensione ma che il suo leader (vecchio o nuovo che sia) potrebbe rimobilitarlo come già fece nel 2006; che esiste una fascia sempre più grande di elettori, che alcuni stimano intorno al 40%, che si distanzia dalla politica dei partiti. Fu l’astensione degli ex-elettori del centrosinistra che ci condannò alla vittoria di Berlusconi nel 2008 e il centrodestra vinse le regionali del 2010 prendendo meno voti di 5 anni prima e solo grazie al crollo dei voti della coalizione incentrata sul PD. La vittoria di Obama nel 2008, ma anche le più recenti e nostrane vittorie di Pisapia e Zedda, ci dimostrano che la mobilitazione e l’organizzazione sul territorio sono cruciali, non solo per far vincere il centrosinistra, ma soprattutto per rimotivare alla politica e difendere la democrazia. Si possono costruire da subito i comitati di volontari del centrosinistra sul territorio?

Non basta però definire la coalizione, bisogna riconnettere vita e politica. Troppe volte nel passato recente non si è data l’idea che la politica fosse in grado di mutare la vita delle persone. Eppure cosa sono le riforme, quelle vere, se non scelte che sciolgono nodi della vita delle persone? Cosa sono stati lo statuto dei lavoratori o il nuovo diritto di famiglia? Quali sono le “riforme che cambiano la vita” oggi? Quelle che il centrosinistra può proporre? Una sarebbe l’abolizione della precarietà, non dell’articolo 18. Sapendo che il Paese è spesso più avanti della sua classe dirigente: i referendum su acqua, nucleare e legittimo impedimento hanno dimostrato che esiste una maggioranza assoluta di cittadini che ha un’altra idea di Paese. Lo conferma l’approfondita inchiesta del Cise in cui il 60% degli intervistati si dice d’accordo con la parità di diritti per le coppie omosessuali, meno del 30% si dichiara favorevole ai finanziamenti alle scuole private o ai tagli delle tasse che comportino tagli al welfare. Solo il 40% è favorevole a dare alle imprese maggiore libertà di “assumere e licenziare”. Vuol dire che il Paese è più di sinistra? No, vuol dire che il “centro” della politica italiana sono le persone che pensano queste cose, che la sinistra italiana non ha detto molto negli ultimi anni.

In conclusione, tutto si tiene: coalizione, mobilitazione e programmi sono basati sulla scelta di quale parte della società vogliamo rappresentare. Comunque vada, con qualunque sistema elettorale, le forze del centrosinistra vogliono costruire con queste italiane e questi italiani un’alternativa all’ultimo ventennio?

(Cecilia D’Elia e Mattia Toaldo, articolo pubblicato sul Manifesto)

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